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Da qualche settimana è iniziata tra gli uomini la stagione sul “rosso”, due mesi di tornei prevalentemente Europei in cui si gioca sui campi in terra battuta tanto cari ai paesi del vecchio continente. Poche centinaia di chilometri, da Montecarlo a Parigi, da percorrere tutte d’un fiato, attraversando, tra le altre, Barcellona, Madrid e Roma (solo per citare i tornei più importanti a livello ATP). E’ la stagione del topspin, del campo delle statue, delle scivolate, delle banane di Chang, degli scambi interminabili, dei record di Nadal. In sintesi, è la stagione della Spagna. Già, perché la Spagna, specialmente nell’ultimo ventennio, è stata semplicemente dominante su questa superficie.

All’inizio fu Santana nel 1961 ad aprire la via vincendo il Roland Garros, seguito da Gimeno ed Orantes nei primi anni ’70. Ma sono gli anni ’90 a mostrare il modello vincente spagnolo a tutto il mondo. Modello vincente che anche in ambito femminile ha visto Arantxa Sanchez e Conchita Martinez rispettivamente numero uno e due del mondo WTA nel 1995. Due campionesse che però nello specifico rappresentavano un vertice di un movivento costituito da una piramide dalla base molto sottile, a differenza dei compatrioti uomini. 

Gli anni novanta hanno dunque certificato la doppietta parigina di Sergi Bruguera nel ’92-’93, mentre Carlos Moya sigilla il decennio con la vittoria nel ’98. Gli anni 2000 partono con un altro back to back, questa volta della coppia Costa-Ferrero che stendono il tappeto rosso per la marcia trionfale del re indiscusso: Rafael Nadal. Riepilogando, dal ’93 ad oggi, 14 vittorie condite da 6 finali ottenute dai tennisti iberici.

Questi aspetti, oltre al fatto che il movimento maschile ha una base di giocatori enorme rispetto a quello femminile, sono le ragioni per le quali il modello spagnolo si deve principalmente agli uomini, anche se attualmente le tenniste Muguruza e Suarez Navarro rientrano tra le prime dieci giocatrici del mondo.

Il movimento spagnolo maschile va però al di là di queste vittorie, va oltre il fenomeno che da solo tiene alto il nome di un intero Paese. E’ molto più esteso, crea e sostiene nel tempo numeri importanti, abbina qualità e quantità, a livello maschile e femminile. Basti pensare ad un dato: 14 giocatori spagnoli, all’ultimo aggiornamento della classifica ATP, si trovano nelle prime 100 posizioni. Nessuno come loro.

Ma è tutto così perfetto? Il modello funzionava, funziona e funzionerà? La sfera di cristallo è proprietà di pochi eletti, noi ci accontentiamo di proporre e provare a leggere alcuni dati. Approfondendo il lavoro sulle scuole tennis vincenti, sono stati utilizzati gli stessi indicatori. Età e classifica dei primi 15 giocatori spagnoli nel 2001, 2006, 2011 e 2016.

Ad un primo veloce sguardo, poco sembra essere cambiato negli ultimi 3 lustri. Specialmente a livello di classifica. Sempre un top 10, almeno 4 giocatori nei primi 30, 6 nei primi 50 e 12 nei primi 100. Quindicesimo giocatore a ridosso dei 100, il più lontano Hernandez nel 2006 al 116. Anche la media si assesta su valori molto simili nei 4 rilevamenti con il picco di 44 nel 2011.

Guardando il grafico, si nota come la media del 2016 è di 4 posti inferiore a quella del 2001 e quindi si potrebbe pensare ad un movimento ancor più in forma dei primi anni del terzo millennio. La classifica del numero 1 è migliore ( 5 Nadal Vs 10 Corretja), il cut off più basso (Montanes 104 Vs Robredo 108) ma il peggioramento (oltre 8 posti) rispetto al 2011 indica che forse, e ripetiamo forse, qualcosa non gira più come prima. Sensazione corroborata se si inizia a prendere in considerazione il dato relativo all' età dei giocatori.

L’andamento dell’ètà media è in continua crescita con un incremento del 14,7% solo nell’ultimo quinquennio; percentuale che sale a 20,9 se calcoliamo gli ultimi 10 anni. Nel 2016 si è sforata la soglia dei 30 anni, unica nazione al mondo (di quelle analizzate nello studio) a farlo dal 2001 ad oggi. Se prendiamo soltanto i primi 5 giocatori (Nadal, Ferrer, Bautista Agut, Feliciano Lopez e Garcia Lopez) la media sale ulteriormente a 31,4 lasciando molti dubbi sul futuro al vertice dei tennisti spagnoli.

L’aumento dei giocatori over 30 è spaventoso ed il più giovane, Carreno Busta, di anni ne ha già 24. Due in più di Riba nel 2011, promessa non mantenuta, cinque di Nadal e ben sei di Robredo nel 2006 e 2001. Si potrebbe obiettare che issarsi molto giovani tra i primi 15 giocatori del proprio Paese, quando il limite è la posizione 104, è impresa ardua, quasi impossibile. Vero, ma, anche scorrendo la classifica un po’ più giù, si trovano giocatori non più giovanissimi, con il primo U21 (Perez Sanz) alla posizione 258. Per scovare il primo teen, bisogna addirittura scivolare al numero 425, Jaume Munar, classe 1997. Per intenderci la stessa di Zverev, Rublev, Fritz.

Nessuna speranza futura quindi per il tennis spagnolo?

Il mondo ITF Junior purtroppo non ci dà una grossa mano a rispondere a questo quesito. Attualmente solo 2 giocatori sono inclusi nei primi 50 U18 mondiali e l’ultimo Slam vinto a livello giovanile risale al 2001 con il desaparecido Cuadrado (solo omonimo del velocissimo juventino).

Al trofeo Bonfiglio va leggermente meglio con l’ultima vittoria risalente al 2003 (Almagro ormai trentenne) mentre molto peggio all’Orange Bowl dove uno spagnolo non vince dal 1996 (Alberto Martin). Restando in Italia qualche sussulto si è avuto al torneo dell’Avvenire con vittorie spagnole nel 2010-2011. I vincitori tuttavia non hanno ancora dato segnali di vita tra i pro, a differenza del finalista 2011 Alcaraz Ivorra asfaltato 60 – 61 da Borna Coric.

Tutto questo sembra avvalorare la tesi di un movimento in declino. In realtà storicamente la Spagna non ha ottenuto a livello junior risultati (solo 10 Slam nella storia, di cui 8 Roland Garros, 1 Us Open e 1 Wimbledon con Orantes nel ’67) equiparabili col suo bottino a livello pro. Il modello spagnolo predilige un immediato inserimento tra i professionisti, piuttosto che affidare la crescita dei suoi talenti al mondo junior.

Per la cronaca diversi talenti spagnoli vincenti a livello giovanile non si sono successivamente affermati tra i professionisti. Forse è questa la ragione per cui in Spagna non viene perseguita in forma esclusiva la formazione dei giovani talenti attraverso il percorso di gara a livello junior.

La scalata avviene confrontandosi immediatamente con “i grandi” attraverso la giungla (in senso buono) dei tornei ITF prima e Challenger poi. Ogni punto va maledettamente sudato, la competizione è altissima e la sola abilità tecnica è ovviamente quasi inutile. Forza mentale, fisico-atletica, personalità, tenacia, abilità nell’imparare dalle sconfitte (tante all’inizio) sono i veri punti cardinali della crescita di un tennista spagnolo. Non certo wild card facili o punti ottenuti in posti sperduti nel mondo (come invece succede ad esempio ai giovani tennisti asiatici).

Va inoltre ricordato che la federazione spagnola attua un modello poco invasivo, lascia molto spazio al privato, alle accademie che continuano a crescere per numeri e profitti (Bruguera, Sanchez-Casal, Ferrero, Nadal, ma anche dell’italiano Maggi solo per citarne alcune). Anzi le incentiva, non le ostacola e lascia fare a loro il lavoro formativo. Non ha grandi strutture federali o centri tecnici imponenti. Tutto questo fa si che in ciascuna Academy poco interessa la nazionalità del tennista da formare.

Gli stranieri, purchè di prospettiva o paganti (o spesso entrambe le cose) sono ben accetti come dimostrano i numerosi esempi di Safin, Murray, Fognini, Kuznetsova, Pennetta, Errani. In un periodo di economia non brillante, la Spagna potrebbe aver pagato tutto questo? Il costo alto delle strutture private potrebbe aver fatto perdere qualche talento in cambio di qualche euro (molti) in più?

Per concludere si potrebbe anche sottolineare come il percorso formativo sia prevalentemente empirico, si lavora duramente, si compete altrettanto duramente ed il più forte sopravvive, emerge. Finora qualcuno era sempre emerso, non c’erano mai stati momenti di crisi che potessero far dubitare di un modello funzionante.

Forse questi dati, che certo in Spagna conosceranno e avranno approfondito meglio di noi, li porteranno a riflettere, a modificare qualcosa, a trovare delle soluzioni diverse (meno terra battuta? Più attenzione allo sviluppo di servizio e risposta? Più studio della scienza e dell’arte del gioco? Potenziamento del tennis pubblico?) come hanno dovuto già fare ad esempio Stati Uniti ed Australia.

Prima di cantare il de profundis spagnolo aspettiamo l’andamento della stagione, anche se la previsione è che nei prossimi 5 anni sempre meno spagnoli faranno parte dei primi 100 giocatori ATP e una volta chiusa l’era Nadal bisognerà aspettare un bel po’ prima di avere un nuovo vincitore Slam. A meno che tra Barcellona e Madrid si siano messi al lavoro già da tempo e un nuovo Rafa sia già in cantiere.

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