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“Kei takes the key” recitava uno striscione apparso sugli spalti del campo centrale di Miami durante la finale del secondo Master 1000 del 2016. Ad affrontarsi per la nona volta in carriera il giapponese Kei Nishikori ed il serbo Novak “vinco sempre” Djokovic. L’incitamento di alcuni fans nipponici era ovviamente per il proprio beniamino di trovare la chiave, la strada per incrinare le sicurezze di Nole e conquistare una vittoria che saprebbe di sorpresa e di impresa visto il cammino pressoché perfetto del serbo nel 2016. Già ma quale strada? Quale chiave serve per scassinare la cassaforte serba?

Se osserviamo le ultime sconfitte di Nole sul cemento outdoor (dal 2012 ad oggi) troviamo i nomi di Federer, Karlovic, Isner, Del Potro, Tsonga, Wawrinka ma anche Robredo, Murray, Nishikori e Nadal. I primi sono ovviamente grandi servitori (oltre il 10% dei punti vinti con Aces in queste vittorie), giocatori in grado di concludere ogni scambio con un solo colpo, che sia il servizio, un colpo a rimbalzo (principalmente il dritto) o una volee. Gli altri sono giocatori più abili in risposta, che costringono l’avversario all’errore spesso al termine di un lungo scambio.

Quindi Djokovic può essere battuto da qualsiasi tipologia di giocatore? No. In realtà più probabilmente, vista la rarità delle sconfitte, e che solo Federer si è ripetuto, possiamo invece affermare che al momento nessuna strategia di gioco sembra essere in grado di ottenere con continuità dei risultati contro il numero 1 del mondo. Perchè Djokovic sta dimostrando di adattarsi, di migliorarsi, di imparare da queste sconfitte per non ripeterle. Aggiungiamo che fisicamente e mentalmente sembra essere quasi sempre al top ed ecco che la chiave di cui parlavamo è molto molto difficile da trovare.

Nishikori oggi, prima del match, sembrava però poter avere qualche chance. Sia con Thiem che con Goffin Djokovic era sembrato un po’ in apnea soffrendo moltissimo caldo e umidità di Miami. Il giapponese dal canto suo si allena proprio a Miami e quindi il suo adattamento alle condizioni climatiche è sicuramente migliore. Per le caratteristiche di entrambi, la partita avrebbe dovuto essere molto faticosa, con tanti scambi lunghi, con un’intensità che alla lunga quindi, per quanto appena detto, avrebbe potuto far cadere il titano.

L’avvio del match sembrava dare alito a questo pensiero, ma il break iniziale è stato il più classico dei fuochi di paglia. Immediato contro break e tutto di nuovo da capo. Che fare? Il giapponese, non avendo certo nelle sue corde una prima palla devastante, non poteva pensare di ottenere molti punti diretti con questo fondamentale, non avrebbe mai raggiunto quel 10% di Aces o 30% di punti con i suoi primi due colpi. Quindi sembrava logico abbandonare questa idea e lavorare maggiormente sulla percentuale di prime palle in campo, sulla precisione e sulle variazioni.

Purtroppo per lui questo non è accaduto. Troppe prime palle tirate al limite o vicino al limite della sua velocità massima dalle quali comunque non ha ottenuto granchè: 0 Aces. In compenso la % di palle in campo è stata molto bassa (53%) consentendo a Djokovic di prendere il comando dello scambio quasi ogni volta che il nipponico ha giocato la seconda. Strano che Kei e il suo staff non abbiano saputo leggere questa situazione e comportarsi di conseguenza. Ad esempio le poche volte che ha servito al corpo, anche sulla seconda, Nole non è riuscito ad essere così preciso e profondo con la risposta consentendo a Nishikori di poter aprire gli angoli dal centro e vincere qualche quindici. Anzi è stato proprio il nativo di Belgrado a utilizzare a suo vantaggio questa strategia. Percentuale di prime alta (66%) anche se con qualche Km/h in meno a vantaggio di più precisione soprattutto al corpo. In questo modo Nishikori difficilmente è riuscito ad agganciare la risposta sfruttando proprio la velocità del servizio altrui come ha fatto magistralmente con Kyrgios qua a Miami e con Isner a Indian Wells.

Senza neanche accorgerci, 63 63. Prevedibile. Inevitabile. Djokovic ha dominato lasciando le briciole al malcapitato numero 6 al mondo che ha commesso diversi errori gratuiti dimostrando anche titubanze nel gioco di volo. Ennesima conferma dello strapotere del serbo arrivato a 28 Master 1000 vinti (record) di cui 6 proprio a Miami (record) con 4 doppiette Indian Wells-Miami (record). Purtroppo conferma in negativo anche per Nishikori, autore comunque di un torneo eccezionale ma incapace di innalzarsi, anche a livello di personalità, al livello dei fab 4 (ricordiamo anche la sconfitta con Nadal in California quando sembrava essere favorito).

Il torneo di Miami è stato complessivamente il torneo delle doppiette. Oltre a Nole si sono ripetuti dopo Indian Wells anche Herbert/Mahut in doppio e in campo femminile la bielorussa Vika Azarenka. La Azarenka dopo la vittoria con Serena Williams 15 giorni fa si presentava ai nastri di partenza come la favorita assoluta ed ha ampiamente mantenuto le promesse. Nel cammino verso la finale 0 set concessi alle avversarie di turno e con Serena anticipatamente fuori dai giochi la vittoria è sembrata quasi una formalità.

Una formalità quasi come la finale contro Svetlana Kutzentsova. La russa, autrice della vittoria con la numero 1 del mondo, arrivava alla finalissima 10 anni dopo la vittoria nello stesso torneo ma non è mai sembrata in grado di impensierire la nuova numero 5 della classifica WTA. Anzi è stata la Azarenka ad un certo punto del primo set a mettersi in difficoltà da sola commettendo doppi falli a ripetizione e non trovando la misura del servizio. Ad onor del vero nelle fasi iniziali del match il vento soffiava forte sui campi di Crandon Park ma alcune defaiances in questo fondamentale sono un campanello d’allarme per le legittime ambizioni di raggiungere Serena al vertice della classifica.

La Azarenka è sempre riuscita a comandare lo scambio anche in risposta mettendo i piedi molto dentro la linea di base soprattutto sulla seconda palla dell’avversaria. Questo le permetteva non solo di ottenere qualche punto direttamente con la risposta ma anche di essere pronta a prendere la rete per concludere lo scambio prevalentemente con lo schiaffo al volo di dritto. Non facile, soprattutto in campo femminile, vedere una giocatrice prendere con tanta rapidità la via della rete e non solo provare a sfondare da dietro il muro avversario che rimane comunque la caratteristica principale anche di Vika. Con diversi break da una parte e dall’altra ma con il punteggio sempre e saldamente in mano alla Azarenka l’epilogo è stato un 63 - 62 in 1h20’ di gioco che lascia poco spazio alle recriminazioni per la Kutzentsova.

Si conclude così la stagione del cemento americano con due assoluti protagonisti Djokovic e Azarenka a dettare legge. Gli avversari dei due dovranno rimboccarsi le maniche e non poco se vogliono provare ad impensierire un egemonia che soprattutto tra gli uomini sta diventando destabilizzante per tutto il sistema. Ora vincitori e vinti si trasferiranno in Europa per la stagione sul rosso, la più incerta forse (si spera) con qualche giocatore in più ad essere veramente competitivo (Nadal?? Halep??) ed in grado di vincere qualche torneo importante.

Prossimo combined di lusso sarà Madrid preceduto per quanto riguarda gli uomini dall’affascinante torneo di Montecarlo che vedrà tornare alle competizioni Federer mentre mancherà proprio il finalista di questa sera Nishikori. Ancor prima qualche torneo di preparazione ai quali i super big difficilmente parteciperanno ma che serviranno per testare il polso di qualche giovane, qualche specialista e qualche outsider; personaggi quindi che non possono che fare del bene a questo sport, sperando di trovare una favola Leicester tennistica che possa stravolgere una monarchia che sta diventando assoluta.

 

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