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Roger Federer stabilisce l’ennesimo record, è il più vecchio numero uno mondiale della storia. Si tratta però di un fatto preciso e misurabile in modo esatto nel trascorso del tempo? Pare di si, a quanto evidenziato dai media della divulgazione generalista capace di diffondere alla velocità della luce la sintesi dell’impresa. Gli aggettivi sperticati illustrano, qua e là, la grandezza del fenomeno, tramutato nelle sembianze di Achille l’eroe per eccellenza. Il mito leggendario in cui l’uomo diventa semidio.

Questa operazione, va da sé, facilita la rappresentazione dell’immaginario collettivo, lo folgora, lo seduce. Achille l’invincibile è tornato perché il passato ritorna sempre sotto forme diverse evoluto dalle situazioni ambientali, dalle circostanze del tempo. Il re dei Mirmidoni è oggi il re del tennis, non brandisce più la spada ma la racchetta sottomettendo i suoi rivali.

Eppure, mi chiedo, quanta gloria possono valere le gesta e le vittorie di un semidio? La necessità generalista di veicolare un’immagine brendizzata che riassume in sé eroe e impresa è l’obiettivo, noto a tutti, di un mercato diseducato al quale il business ha svenduto l’anima. Viceversa, a mio parere, la cosa sminuisce gravemente l’opera maestra di questo genio senza tempo contemporaneo.

Sinceramente, penso che Roger Federer meriti qualche ricerca e sforzo comunicativo in più. Dunque, essere riscoperto sotto nuova luce e, perché no, nei panni di Ulisse: l’eroe mortale. Finalmente uomo non più semidio con le sue debolezze e fragilità. Un uomo in grado di superare l’Odissea della partita, metafora della vita vissuta, per arrivare ad assaporare l’attimo fuggente della vittoria conquistato con fatiche e patemi.

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Infatti, lo svizzero ha incassato amare sconfitte, ma sapeva come rialzarsi. Nessuno ha saputo perdere con la sua eleganza, una leggerezza che gli ha permesso di risorgere a un nuovo tennis. Adesso è tornato a Itaca, sul tetto del mondo, dopo lunghi anni di esilio.

Così Roger Federer, a trentasei anni e sei mesi, riappare al numero uno superando il record del tennis ATP di Andre Agassi ottenuto a trentatre primavere, e quello dell’Era Open di Ken Rosewall in grado di chiudere a trentasei anni e un mese da number one nel 1970.

Del resto, sbirciando nelle pieghe della storia, troviamo l’inglese Arthur Gore a quarant’anni suonati capace di vincere Wimbledon e l’oro ai Giochi Olimpici nel 1908, i due maggiori eventi nel singolare di quella particolare stagione.

L’anno seguente l’americano William Larned trionfava ai Campionati Americani del 1910 (oggi US Open). Veniva classificato da vari cronisti dell’epoca quale numero uno del momento: Larned aveva trentotto anni. Successivamente, il leggendario australiano Norman Brookes a trentasette primavere inoltrate rivinceva Wimbledon e la Coppa Davis nel 1914, le più importanti competizioni dell’epoca, ripresentandosi nuovamente sulla cima dopo il 1907.

Infine, non poteva certo mancare all’appello il grande Bill Tilden. Nel 1930, dominava i tornei sulla Costa Azzurra e gli Internazionali d’Italia. A luglio festeggiava ancora una volta la vittoria a Wimbledon risalendo al numero uno tra i dilettanti, anche se a fine stagione veniva superato sul filo di lana dal francese Henry Cochet: Big Bill aveva trentasette anni. La stagione seguente passava professionista  chiudendo il 1931 al numero uno mondiale a trentotto primavere e dieci mesi.

Non è tutto. Tilden viaggiava da un capo all’altro degli Stati Uniti giocando esibizioni. Nel Tour Pro del 1941 incontrava il numero uno del mondo Donald Budge, il primo tennista capace di vincere il Grande Slam nel 1938. Il ventiseienne Budge vinse la sfida con cinquantuno successi e sette sconfitte. Battere ripetutamente il numero uno del mondo a quarantotto anni rimane un unicum nella storia del gioco, un’impresa alla William Tatem Tilden.

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Ovviamente, in epoche così lontane non esistevano i meccanismi del computer ATP. Le classifiche venivano stilate da autorevoli addetti ai lavori, personalità del calibro di Mayers, Danzing e Tingay e più recentemente, prima dell’Era Open, da figure professionali quali Collins, McCauley, Deford. I processi non erano certo puntuali come quelli di oggi, così come nella storia non è possibile correlare l’efficacia e gli effetti militari della guerra di Troia rispetto alla guerra del Golfo. Ma questi sono purtroppo i limiti oggettivi della ricerca che rendono difficile, se non impossibile, affermare le cose in modo certo, assoluto. Al contrario, il pericolo consiste nel cadere nel facile tranello della superficialità facendosi guidare dall’emotività.

Quel che resta di reale e di concreto penso sia godere della grande bellezza. Abbiamo il privilegio di vivere nel tempo di Roger Federer e capire come un immenso campione sia accompagnato dalle grandi leggende della racchetta. Se osserviamo con attenzione, quando lo svizzero scende in campo nel suo angolo sulle tribune, oltre a Mirka e a coach Ljubicic, siedono i Brooks, i Tilden, ì Budge. A tutti gli effetti, il suo tennis classico incarna la storia nello spazio tempo siderale dello sport contemporaneo. Una visione sublime oltre l’immaginazione cha abbiamo inconsapevolmente imparato a riconoscere e forse per questo ci sembra quasi famigliare. Come è possibile questa meraviglia? L’eterno ritorno dell’uguale che si ritrova, direbbe Friedrich Nietzsche. Ecco perché non esiste, ne esisterà mai, il più grande tennista di tutti i tempi.

Grazie per tutto il tennis che ci hai regalato e vorrai ancora regalarci caro Roger “Il Magnifico”.

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